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PRIMO CONGRESSO DI LEGACOOP ROMAGNA

13 novembre 2014

DOCUMENTO DI PROGRAMMA

Premessa

L’Emilia-Romagna è il luogo in cui si integrano quegli elementi di distintività e potenzialità allo sviluppo responsabile che, più di altri territori, la qualificano dal punto di vista economico, sociale e culturale. Una regione in cui il progresso, che coinvolge il miglioramento della vita della persona nella sua relazione con gli altri, si antepone all’innovazione fine a se stessa.
Il tendere è quello di un cambiamento in cui la politica che pianifica e indirizza, l’economia che produce e sviluppa e la società che unisce e tutela si legano sino a diventare un percorso che non ha più bisogno di definirsi sostenibile perché lo è di fatto. Prima, durante e poi un presente che non accade ma si costruisce coltivando buon lavoro, creando opportunità per i giovani, lottando contro le disuguaglianze e agendo responsabilmente senza arroccarsi in posizioni di difesa ma perseguendo attivamente al nostro ruolo.
Un’evoluzione responsabile in cui l’economia è al servizio delle persone, l’equità è giustizia e la coesione il collante che ci rende liberi. Il contrario, come la crisi racconta, sostituisce a ciò il degrado e il crollo.
Non un astratto concetto teorico e buonista ma cultura del bene comune praticato, la stessa su cui si fonda la Cooperazione.
La cooperazione che s’impegna nella tutela dei più deboli e nell’accesso paritario alle opportunità per preservare la qualità del vivere civile, per costruire una diversa esperienza di tutela sociale e mutare così gli stereotipi della nostra visione politica, le nostre abitudini, le nostre certezze imprenditoriali. Un cambiamento in cui gli interessi del cittadino come lavoratore, come consumatore, come utente e come produttore diventano prioritari. In cui, al centro c’è la persona nella sua relazione inscindibile con gli altri e la relazione diventa l’indirizzo economico che aumenta la nostra competitività non diluendo la nostra identità.

La società immaginata non è il “sol dell’avvenir” ma semplicemente una società più rispettosa, sana ed equa. Una società in cui al centro è posto il Bene Comune, l’esigenza di disegnare un modello di Comunità più armonica, dinamica e giusta. Una comunità che si prende cura delle persone, capace di premiare gli onesti e colpire i furbi (…) Il cambio generazionale è ormai necessario. (Indagine SWG 2014)

Su questo tracciato, politiche concretamente riformiste, dovranno continuare a opporsi a quelle marcatamente attendiste, conservatrici e speculatrici che, in questo ultimo caso, nella spinta veloce alla crescita, ci hanno fatto regredire senza più possibilità di recuperare il tempo, perso.
La rabbia e la delusione di un Paese da troppi in anni in crisi deve cedere il posto a un sentimento legato all’idea di futuro, al bisogno costruttivo di un presente che si traduca in coerente progettualità sociale, economica e valoriale insieme. Che significa ripartire dalla fiducia, dalle certezze che ci riportano al tema della sicurezza, della capacità di consumo, della stabilità.

A tal fine, le parole chiave estratte dalla nostra catena valoriale (il DNA, come ci indica Legacoop nazionale), sono:

DISINCANTO (realismo),
REGOLE (equità e giustizia)
CORAGGIO (idea per il futuro)

Da cui: Coerenza, Fiducia, Coesione e Sviluppo.

Non semplici sostantivi ma un portato di esperienza che ci richiama all’impegno del fare la nostra parte, consapevolmente e fino in fondo, per rianimare l’economia di questo Paese, partendo dal ciò siamo e dalle scelte conseguenti che propria la nostra identità ci impone. Un’identità che, lungi dal dovere essere reinventata a ogni Congresso, deve puntare invece sulla COERENZA che ci obbliga ad affrontare con realismo, con regole certe e con coraggio il PRESENTE come nostra unica possibilità di futuro. Per essere un riferimento di progresso sociale e stimolare un nuovo Rinascimento in cui far crescere le nuove generazioni.

Legacoop Romagna nasce da questi presupposti e si sviluppa, seppure in un percorso non semplice, sulla consapevolezza che rimanere isolati è una miopia che ci rende deboli, lasciando che siano altri a decidere per noi. Si consolida sulla convinzione che la Romagna deve agire come un’integrata area urbana (la città metropolitana ROMAGNA) per trasformarsi in un’esperienza unica e competitiva sui temi che la distinguono a livello regionale e nazionale.

Tra l’Emilia e la Romagna va ridefinito un percorso condiviso di sviluppo che, rispondendo alle esigenze delle parti, le valorizzi come un concreto insieme. Solo così potremmo sottrarci dalla sterilità delle dispute geografiche e storiche misurandoci, invece, senza reticenze e senza alibi sugli obiettivi.

La Romagna con un’Emilia debole è svantaggiata e non competitiva; stessa cosa vale, ovviamente, al contrario. E’ proprio in questo momento di cambiamento istituzionale che la politica deve ridefinire senza indugi gli equilibri di questa Regione che, solo su un progetto definitivamente UNITARIO e coordinato può competere ovunque. Diversamente avremmo sprecato un’occasione. Anche in questo caso, come per la cooperazione, non dobbiamo reinventare la nostra identità ma tutelarla, rafforzarla e sostenerla con scelte che ci mostrino la prospettiva e l’idea di futuro su cui far muovere lo sviluppo (buono) necessario a non soccombere. Partendo dalle imprese, dall’economia e dal lavoro ossia, dagli elementi su cui si crea e consolida la coesione. Le torri devono servire a farci guardare lontano non a chiuderci. Nella chiusura si cresce rimanendo piccoli.

Legacoop Romagna è pronta a fare la sua parte.

Legacoop Romagna è, inoltre, “il passo che ci colloca un passo avanti” rispetto alle linee programmatiche che il Congresso, a livello regionale e nazionale, pone in discussione e che descrivono il 2017 come l’anno in cui si celebrerà il primo Congresso dell’Alleanza delle Cooperative Italiane (ACI).
Ossia la responsabilità non delegabile di essere promotori di una contemporaneità che mai più assomiglierà al passato e in cui va scritto un diverso patto sociale e va guidata la ripresa.

L’unificazione delle tre Centrali Cooperative è, in questo quadro, un atto (ancora una volta) di realismo già realizzato e che ora, con coerenza va compiuto. Un progetto che mette a disposizione del nostro Paese un soggetto capace di esprimere, oltre alla forte incisività economica e competitiva, un distintivo patrimonio valoriale e culturale: sostenibile, mutualistico e solidale.

Il 5 dicembre scorso l’ Assemblea costitutiva di Legacoop Romagna si è concentrata sul tema dell’innovare la rappresentanza; con la Conferenza Programmatica di maggio, alla presenza del premio Nobel Amartya Sen, il nostro contributo si è concentrato su verbi che ne definivano la traccia: costruire, coltivare e scegliere il progresso che vogliamo.

In questo Congresso, tracciando un bilancio del primo anno di esistenza di Legacoop Romagna, ci confronteremo sul nuovo pezzo di strada da affrontare e che riguarda:

  1. il Modello ORGANIZZATIVO
  2. la GOVERNANCE Associativa
  3. la PROMOZIONE e lo SVILUPPO

Dalla nostra Costituzione la crisi ha continuato, imperterrita, a non dare tregua, a minare i patrimoni delle Cooperative e, nei casi più gravi, ad attivare procedure di concordato o di chiusura.

La coda della crisi ha riservato il suo veleno. Gli effetti peggiori, infatti, sono arrivati per la cooperazione a partire dal 2012 e l’anno in corso non delinea un cambio di prospettiva al contrario, il crollo della domanda interna e i ritardi dell’avvio dei percorsi di ristrutturazione pesano sulle performance economiche delle cooperative. La qualità dei bilanci, a partire da quelli di diverse grandi imprese è peggiorata; la piccola impresa cooperativa, in genere sotto capitalizzata, soffre la stretta creditizia; interi settori soffrono a causa della compressione della spesa pubblica. (Documento Congresso Regionale 2014)

Questo comporta, dopo un anno dalla nostra costituzione, porsi una nuova sfida gestionale nella consapevolezza che quanto perso non si recupera.
E’ necessaria una ristrutturazione delle competenza, un’innovazione di missione e una razionalizzazione delle risorse.
Ossia:
maggiore flessibilità, accorpamento funzionale dei settori e dei servizi e impiego di professionalità accreditate capaci d’innovazione.

Che significa Progresso:
Culturale, reinterpretando i valori in chiave dinamica e uscendo da una concezione difensiva del nostro ruolo;
Sociale, con rinnovate risposte strutturali di nuovo welfare per una sussidiarietà praticata e di relazione;
Imprenditoriale, aggiornando il nostro stare sul mercato senza rinunciare ai nostri valori mutualistici ma puntando a un diverso dinamismo gestionale e d’innovazione. Il tutto, togliendoci da posizioni spesso attendiste e di difesa;
Intergenerazionale, in coerenza al nostro dirci sostenibili;
Rappresentativo, attraverso l’Alleanza delle Cooperative Italiane.
Troppo spesso si è affermato un atteggiamento culturale attendista restio ai cambiamenti. Sia nei gruppi dirigenti che in Associazione ha prevalso il mantenimento dello status quo, che spesso ha portato ad affrontare le crisi in ritardo, aggravandole e dimenticando che la proprietà intergenerazionale della cooperativa richiede di mettere in campo un pensiero lungo, sollecita una dimensione progettuale, impone di guardare più avanti, senza torri e pregiudizi. (Documento, 39° Congresso Legacoop Nazionale)

Un pensiero lungo che deve porci nell’azione a breve di investire sui giovani che significa avere fiducia nel futuro in cui saranno loro i protagonisti. Questi anni hanno appannato l’impegno al cambiamento ponendoci a difensa di una posizione che ci ha mantenuti, in tanti casi, immobili. Oggi la priorità diventa la promozione e la nascita di nuova cooperazione, di start up innovative, di integrazione di nuove competenze non come ripiego ma come opportunità per creare valore condiviso sui nostri territori di riferimento, per addestrare il presente a un domani duraturo. A tal fine, occorre ristabilire un migliore e maggiore clima di collaborazione tra le cooperative (a partire dalle più strutturate), ottimizzare la loro capacità di fare rete, non per la possibilità di controllarsi l’un l’altra, ma per essere propositive e competitive; rinnovare il loro senso di appartenenza per giocare un ruolo di protagonismo attivo sulla ripresa. Per elaborare un diverso e possibile modo di fare sviluppo, nella modernità che da noi ci si aspetta.
Il tutto, non mischiando le funzioni e le responsabilità tra Associazione e Cooperative ma, al contrario, enfatizzando e promuovendo l’autonomia, inviolabile e mai delegabile, delle suddette che dovranno esercitare, con autorevolezza, alla loro doppia responsabilità:

individuale dell’essere cooperativa;
sociale dell’appartenere alla cooperazione.

Ben sapendo che il venir meno del primo obbligo si ripercuoterà negativamente sulla credibilità e sulla reputazione collettiva offrendo, altresì, un alibi a chi utilizza impropriamente il nostro identificativo per fare dumping economico e sociale. Le cosiddette cooperative spurie che vanno emarginate per ribadire la necessità di tornare a QUALIFICARE il nostro Paese. Diversamente ogni opportunità competitiva si sfuma. Diversamente poniamo al massimo ribasso il nostro futuro.

Le imprese cooperative sono il volano che abbiamo per favorire un nuovo corso di sviluppo, non per cambiare il mondo, ma sicuramente per dargli la nostra spinta. Per loro natura le cooperative sono il soggetto più vocato alla ripresa perché radicate nelle Comunità, con una proprietà diffusa, dei patrimoni non mercificabili e un possesso temporaneo aperto, quindi, alla sostenibilità. Qui risiede, mutuando un termine della spirale del DNA di Legacoop Nazionale, la passione a non arrenderci alla crisi ma a capovolgere in positivo il pezzo di storia che ci è stato assegnato.

Si tratta di un grande progetto con cui la cooperazione vuole concorrere a rimettere il sistema economico e sociale su un percorso di crescita, un percorso fatto di maggiore trasparenza ed eticità, di ricostruzione di legami e relazioni sociali, di partecipazione democratica, di lotta alle disuguaglianze. Si tratta di rigenerare la coesione sociale e di difendere i soggetti più deboli. (Documento, 39° Congresso Legacoop Nazionale)

1. IL MODELLO ORGANIZZATIVO

Le tre Legacoop provinciali della Romagna, fuse in un’unica organizzazione dall’inizio di quest’anno, determinano una novità nel panorama associativo presentandosi a questo Congresso con un pezzo di strada già preventivamente realizzata.

Da qui partiamo, da Legacoop ROMAGNA.

Ossia, un punto fermo in coerenza al prossimo obiettivo regionale e nazionale: la realizzazione della già nata Alleanza delle Cooperative Italiane.
La costituzione di Legacoop Romagna rappresenta l’opportunità che, non accontentandosi del sopravvivere, punta a realizzare una sua idea di futuro nel coraggio, seppure nelle difficoltà, di abbattere le modalità consolidate di lavoro per affrontare, al meglio, il mutato e mutevole contesto di sviluppo. Mutevolezza e incertezza che c’impongono revisioni e miglioramenti continui di tenuta e di rilancio. La diminuzione strutturale delle risorse disponibili e la conseguente contrazione contributiva ci consegna, infatti, una prospettiva diversa e in costante movimento rispetto alle previsioni di partenza.
L’operazione in atto non ci sottrae, dunque, né dall’attuare ulteriori e necessari cambiamenti né dall’essere un interlocutore accreditato nel definire un percorso di integrazione e di sviluppo al nostro mondo di riferimento. Integrazione ed evoluzione che, se non diffusivi (a livello regionale e nazionale), rischiano di perdere di potenza e incisività.
Non si può pensare, infatti, a una concreta ristrutturazione che veda solo una o alcune delle parti allineate. Si deve puntare a un rinnovamento globale che includa, oltre ai territori, anche i settori e i servizi riconducendoli a un coordinamento unitario, moderno, funzionale e razionale nell’impiego delle risorse.
L’orientamento che questo documento propone, seppure integrato al dibattito maturato a livello regionale e nazionale, s’incentra sulle specificità e sul grado di sviluppo della nostra realtà romagnola, aggiungendo passi al percorso.

Che significa, impegnarsi per:
Migliorare e razionalizzare l’efficienza dell’organizzazione;
Innovare le competenze e i servizi per un supporto professionale avanzato e puntuale nel rispondere alle esigenze espresse (e anche inespresse) delle imprese associate;
Esercitare una leadership territoriale per l’ideazione e la programmazione di nuovi percorsi di sviluppo e di welfare.

Meno dispersione e miglioramento continuo delle competenze al lavoro, questa la prima finalità, con obiettivi sfidanti che implicano la necessità di scelte chiare, da parte degli organi di Governo, sulle priorità da affrontare ordinando il lavoro e la struttura su un progetto condiviso. Che richiama a un’esperienza organizzativa basata sull’intelligenza collettiva, allo scopo di adeguare la velocità di attuazione dei programmi, e sulla generazione di valore gestionale che promuove, in maniera equa e meritocratica, il talento e la competenza. Che sostiene, inoltre, chi fa la sua parte responsabilmente e in maniera proattiva e non, invece, chi si rifugia in situazioni “attendiste” e di mera esecuzione attribuendo ad altri la responsabilità del suo non fare al meglio. L’Associazione non è il luogo dove si esercita “la politica della non politica” ma è la casa delle cooperative dove si elaborano idee e si esercita progettualità per consentire alle stesse di avere risposte migliori sul territorio, di innovarsi e di poter contare su servizi adeguati al loro sviluppo. E’ la dimora da dove partono azioni di mutualità trasversale indirizzate al bene comune e all’evoluzione di questi principi sul territorio. Non deve e non può mai, come espresso in premessa, sostituirsi invece al ruolo delle imprese associate.
Il tutto, per non ricadere, come questa crisi insegna “in situazioni in cui, alcune volte, non si capisce dove finisca la cooperativa e dove inizi l’Associazione. In situazioni in cui, il poter sempre ricorrere a qualcuno a cui delegare la propria responsabilità, può generare situazioni distorte e dannose e all’utilizzo non proficuo delle risorse”.
Bisogna, coerentemente, costruire un presente capace di puntare al futuro.
Per fare ciò, occorre che siano definiti con chiarezza gli scopi, le priorità, gli strumenti, le risorse umane ed economiche da assegnare, insieme alle relative responsabilità e agli indicatori di successo per la rendicontazione del lavoro.

In un disegno condiviso in cui obiettivi individuali e organizzativi devono coincidere così come l’obiettivo della crescita collettiva e del fare squadra.

In questo percorso la i confini stretti e il riferimento a modalità di lavoro pregresse devono davvero lasciare il posto all’opportunità di vivere una situazione nuova e di transizione che può segnare un cambiamento epocale. Senza bisogno che nessuno ce ne debba convincere ma nella maturità del nostro ruolo che ci deve fare agire, prima di tutto, come un Noi.

I quest’ottica, i caratteri dell’organizzazione si baseranno su alcuni principi mutuabili per dare nuovo slancio all’essere un’Associazione che guarda con fiducia al 2020:

Chiara definizione delle nuove priorità;
Trasversalità nella presa in carico degli obiettivi comuni;
Coerenza e flessibilità ai cambiamenti e alla promozione di sistemi innovativi;
Ricambio Intergenerazionale e formazione con piani individuali e collettivi di crescita;
Messa a sistema di modalità funzionali e innovative di gestione (piattaforma tecnologica);
Elaborazione di idee e di programmi apripista al cambiamento sui territori e in linea allo sviluppo che si vuole proporre per la cooperazione;
Capacità di reti non solo intercooperative;
Orientamento chiaro alla costruzione dell’Alleanza delle Cooperative Italiane ACI.

In questo:

I SETTORI, saranno gestiti in maniera più flessibile (per filiere di appartenenza e per macro filiere di interesse) in coordinamento con le attività trasversali e tecniche date dai SERVIZI.

I SERVIZI, saranno organizzati in reti diffuse, rispondere in maniera altamente qualificata alle esigenze (anche nuove) delle cooperative ed essere funzionali al coordinamento dato dai settori. Nel processo di miglioramento continuo che ci siamo dati l’efficace connessione tra le funzioni di rappresentanza politico-sindacale e le funzioni tecniche di servizio è fondamentale.

La PROMOZIONE, dovrà misurarsi con la capacità di leggere il mercato e di sapere individuare tutte le nuove opportunità di sviluppo sia per le imprese che per la creazione di nuove cooperative.

Il successo della cooperazione risiede nella sua capacità di avere una visione del futuro, di cogliere gli spazi aperti dai mutamenti avvenuti nel sistema produttivo e distributivo e nel modello di protezione sociale, di collegarsi ai nuovi bisogni sociali ed alle scelte valoriali emerse dalle trasformazioni socio-economiche.

La MUTUALITA’ TERRITORIALE, dovrà generare e attualizzare le iniziative di sensibilizzazione e promozione dei valori cooperativi (bene comune) che non possono prescindere dal coinvolgimento dei giovani, della scuola e dei saperi (Università e Ricerca). La cooperazione, in questo, esprime modernità in quanto sistema di maggiore tenuta seppure non immune dalle difficoltà della crisi.

La cooperazione che non cerca facili e illusorie scorciatoie, per esempio scappando dove il costo e le condizioni del lavoro sono illegalmente aggirate, ma rimane sul proprio territorio nella radicata convinzione che solo da un rapporto sano e virtuoso tra sistema imprenditoriale e sistema territoriale/istituzionale nascono rinnovate condizioni di reciproco rafforzamento. La cooperazione continua a far prevalere le ragioni della collaborazione sulla logica della mera competizione” (Documento di Programma, Maggio 2014).

L’INTERGENERAZIONE, il sostegno al presente per trasformarlo in un futuro su cui riporre fiducia. Cooperare è, prima di tutto, poter garantire buon lavoro. Questione che s’intreccia, condiziona e qualifica il tasso di democrazia di un Paese dal momento che contribuisce a definire l’essere non solo materiale delle persone, ma anche il loro sistema di relazioni, il grado di utilità individuali e collettive, la percezione e la stima che ognuno di noi ha di sé e che gli altri hanno di noi. Ma quando il lavoro da diritto diventa privilegio quello che è in gioco sono la democrazia e la coesione. La quota tra i giovani (15-24 anni) disoccupati in Italia è arrivata a circa il 43% e quando il lavoro c’è, prevalentemente è precario. Così stiamo minando, prima ancora del futuro, la democrazia e, dunque la coesione. Non c’è altro Paese in cui il rischio di perdere o di non trovare occupazione sia così elevato e concentrato sui giovani.

Un Paese che non pensa ai giovani è un Paese incapace di domani. (Conferenza Programmatica Legacoop Romagna, Amartya SEN)

Dobbiamo avere l’onestà intellettuale di riconoscere che, nel momento in cui ci troviamo senza un adeguato ricambio è perché non abbiamo saputo crearlo e coltivarlo. In un Paese con un elevato tasso di disoccupazione giovanile diventa etico non perseverare con incarichi (anche multipli) a persone pensionate ma agevolare percorsi intergenerazionali concreti. Bisogna ripensare al sistema pensionistico e attivare sistemi incentivanti per le nuove assunzioni, come delineato dal Jobs Act. In un processo di educazione al ricambio sul lavoro, alle pari opportunità e all’equità in cui far maturare i giovani stessi. Deve diffondersi una nuova ecologia dello sviluppo in cui prevalenti sono la cultura, la competenza e l’equità (Fitoussi). Il valore del capitale umano e sociale. Del buon impiego e della occupazione qualificata. Senza mai dimenticarsi delle fasce più deboli. L’Italia deve tornare a essere un paese per giovani. Sta nella natura cooperativa focalizzare il proprio agire sulla capacità di rispondere ai bisogni delle persone che le danno vita e di quelle che le daranno continuità, essendo strutturalmente aperta a quanti esprimono analoghi bisogni e chi verrà poi.
Si chiama Sostenibilità.

L’UNITÀ DI CRISI, alla luce della situazione di crisi crescente si rende necessaria la costituzione di un accreditato gruppo di competenze tecniche dedicate a supportare le situazioni di difficoltà delle cooperative associate.

L’ACI, dopo un anno di start up, consolidare la nostra organizzazione, significa preparare adeguatamente il terreno per L’ACI, che rappresenta l’orizzonte del prossimo futuro. Le dinamiche gestionali che stiamo affrontando ci aiuteranno, nel processo di integrazione tra le Centrali Cooperative. Centrali, che hanno culture e metodologie di management diverse ma, non così distanti, da crearci alibi per rallentare un percorso che consideriamo necessario, virtuoso e complesso allo stesso tempo.
A livello di Associazioni, regionali e nazionali, ci aspettiamo la stessa determinazione nell’affrontare questi temi e, soprattutto, nell’adottare una semplificazione e razionalizzazione dei settori, spesso non in linea agli sforzi che si chiedono alle imprese. Che significa, integrazione e innovazione (intergenerazionale) delle competenze; razionalizzazione dei costi e ottimizzazione della gestione.

2. La GOVERNANCE

Il tema della GOVERNANCE, è al centro dell’intera riflessione congressuale. Legacoop Romagna intende sottolineare la sua originale riflessione in merito partendo sia dall'identità dell’Associazione che dagli indirizzi rivolti alle cooperative per esserne parte.

In questi anni sono emerse tematiche strutturali: basi sociali che assumono atteggiamenti di chiusura ai cambiamenti e gruppi dirigenti che focalizzano la propria attenzione sulla gestione dell’esistente. E ancora una maggiore difficoltà al ricambio dei gruppi dirigenti. Spesso all’interno delle crisi aziendali è rilevabile una scarsa qualità della Governance d’Impresa e il venir meno dei tratti valoriali distintivi dei principi cooperativi (Documento, 39° Congresso Legacoop Nazionale)

Tematica che ci richiama, immediatamente, a quella della REPUTAZIONE propria della singola impresa che colpisce, quando non coerente ai suoi principi, l’intero Movimento. Occorre chiedersi fino a che punto la fiducia e la reputazione di abbiamo goduto in questi anni siano ancora tali nell’opinione pubblica e, conseguentemente, agire improntando comportamenti di coerenza etica. Che non prevedono azioni di assistenzialismo, spesso fini a se stesse, e come tali controproducenti e dannose.
L’immagine del Movimento Cooperativo (e il marchio” Legacoop) va, a tal fine, anche salvaguardato nei confronti della cooperazione spuria, che getta discredito sulle imprese che operano nella legalità. Il contrasto deve essere fermo e determinato. Lo stesso che va adottato nei riguardi di quelle cooperative aderenti che assumano condotte che possono avere ripercussioni negative sul livello collettivo.

  • - Recupero del ruolo e della funzione politica della Associazione L’Associazione deve avere un ruolo di rappresentanza che oltre a “presidiare” i temi economici, culturali e sociali elabora una propria visione accreditata di rilancio. Questo, in virtù del contributo sociale che le cooperative esprimono dal punto di vista quantitativo ma, soprattutto, qualitativo per il rafforzamento della comunità.
    Ciò passa, anche e necessariamente, da un mutamento interno di prospettiva e di diverso approccio nel voler giocare il proprio ruolo da protagonisti.
  • - Responsabilizzazione degli Amministratori

    E’ necessario rafforzare e rendere obbligatoria la formazione nei confronti di quanti rivestono la funzione di amministratori all'interno delle cooperative, fornendo i giusti strumenti per svolgere consapevolmente un ruolo così importante. Non può bastare essere socio di una cooperativa per entrare nel Consiglio di Amministrazione, ma servono requisiti di merito, conoscenza e competenze che qualifichino le persone e le responsabilizzino rispetto alla funzione che saranno chiamate a svolgere.

    Maggiore attenzione va posta, inoltre, alla definizione di regole condivise e invalicabili. Parliamo di incompatibilità, di adozione codici etici ma, anche, delle dinamiche di selezione delle classi dirigenti in vista del ricambio generazionale, che va preparato per tempo e non lasciato all'improvvisazione. Per creare le condizioni migliori per il trasferimento di competenze vanno realizzati di “formazione cooperativa” e di affiancamento dei futuri quadri a quanti nell’arco di un biennio andranno in pensione, così da non improvvisare la sostituzione. Ciò che occorre alle cooperative non è un generico “giovanilismo”, ma la capacità di creare e preparare il ricambio in maniera organica e strutturata nell’intento di dotare le imprese delle migliori competenze e di una continuità imprenditoriale che sappia leggere i mutamenti in atto e reagirvi tempestivamente.

    Quanto più tale azione saprà essere praticata e diffusa, tanto più facilmente si potranno perseguire due obiettivi:

    1. creare gruppi dirigenti cooperativi responsabili e formati che sappiano condividere il comune impegno di gestire la cooperativa in termini mutualistici. In questa direzione Legacoop può dare un contributo alla formazione con attenzione al mantenimento, anche tra le cooperative, del modello duale, che separa la figura di Presidente (espressione della base sociale) da quella di Direttore (con funzioni tecniche/operative e di gestione).
    2. Diffondere una cultura imprenditoriale coerente al proprio essere sostenibile attraverso il ricambio generazionale, la valorizzazione del merito e dei generi senza che questi aspetti debbano diventare regole imposte e scritte, ma logiche implicite di democrazia e di “intelligenza” imprenditoriale oltre che sociale.

    Per quanto riguarda il ruolo consapevole dei soci, non bisogna tralasciare:

    • una maggiore trasparenza nella comunicazione da parte delle cooperative, attraverso ogni strumento si ritenga idoneo;
    • il rafforzamento della partecipazione alle decisioni, anche attraverso la messa a punto di validi regolamenti elettorali e l’informazione continua;
    • la definizione di azioni che agiscano sul senso di appartenenza, sulla conoscenza e sulla responsabilizzazione in qualità di proprietari pro-tempore della cooperativa.

    Ciò diventa tanto più urgente e necessario soprattutto per contrastare fenomeni di deresponsabilizzazione, spesso frutto di non sufficiente conoscenza.

  • - Supremazia dei Valori e delle Regole

    Essere parte di Legacoop significa condividere una visione del fare impresa e, più complessivamente, dell'essere parte della società attraverso una serie di valori di fondo: il rispetto della legalità, la condivisione della responsabilità sociale, la salvaguardia della mutualità e della solidarietà e la condotta ispirata a principi di eticità ed equità come agire quotidiano. L’Associazione, in tal senso, deve mantenere un ruolo costante di indirizzo verso le associate. Il Codice Etico, diventa dirimente nella scelta di adesione.

  • - Alleanza delle Cooperative Italiane (ACI)

    Il percorso verso la messa in pratica della Alleanza delle Cooperative Italiane è tracciato; questo congresso per Legacoop sarà l’ultimo. Nel 2017 la Centrale unica cooperativa sarà l’ACI. L’unificazione delle tre Centrali vuole mettere a disposizione dell’intera società italiana un soggetto nuovo, forte non solo di importanti strumenti economici, ma anche di patrimoni culturali e valoriali che sono propri dell’intera cooperazione italiana. Un soggetto davvero intergenerazionale nel suo approccio imprenditoriale, innervato dai valori concretamente e quotidianamente praticati di solidarietà, di equità e di valorizzazione della persona e dei cittadini nella Comunità in cui si opera oltre che attore di democrazia economica.

3. PROMOZIONE e SVILUPPO

La cooperazione nasce dai bisogni comuni di più soggetti e da una tensione civile. Occorre attualizzare la funzione mutualistica per dare nuove risposte ai problemi sociali. Occorre COSTRUIRE e COLTIVARE, come ben definito nel nostro Documento Programmatico di cui questo capitolo prende riferimento , una nuova dimensione dello sviluppo e del fare impresa che parta dal non lasciare indietro nessuno.

COSTRUIRE

Costruire, per la cooperazione, ha un significato profondo che parte dalle sue radici di mutualità, di risposta ai bisogni e in questo di sostenibilità. Il presente come immancabile occasione per costruire il futuro. La mutualità, caratteristica unica e distintiva della cooperazione è nata proprio come risposta imprenditoriale ai bisogni creati dalle crisi o dalle trasformazioni economiche. Bisogni ed emergenze che, oggi come allora, sono occasioni per la mutualità organizzata imprenditorialmente di non cedere alla crisi. In un ruolo storico, politico e riconosciuto costituzionalmente che rende la cooperazione una forma moderna per costruire sviluppo. Essa risponde agli interessi di emancipazione dei suoi soci e, al contempo, costruisce ricchezza sociale. Si basa su un patrimonio che appartiene alle generazioni passate come a quelle future. Essa non si sradica dalla sua Comunità di appartenenza, ma la valorizza in ogni suo ambito. Un percorso in cui innovazione e ammodernamento sono la coerenza quotidiana al cambiamento che nella coesione tra sviluppo economico e coesione sociale edifica un domani a cui riferirsi con fiducia. Costruire è, per la cooperazione, visione, lavoro, coraggio e giustizia senza lasciare nessuno indietro. Per questa sua natura essa può essere riconosciuta e valorizzata in quelle aree dove la cultura politica ha comunemente acquisito la consapevolezza che non esiste crescita economica se i processi imprenditoriali sono indifferenti o antitetici alla coesione sociale.

Costruire per Legacoop Romagna è prima di tutto impegno per la ripresa economica, la riqualificazione urbana e il progresso sociale verso un nuovo welfare.
Il Costruire si lega primariamente a un settore, quello della PRODUZIONE LAVORO, che ha risentito in modo pesantissimo della crisi perdendo realtà qualificanti, a dimostrazione del fatto che non esiste crisi equa, e che necessita di essere sostenuto nella sua riqualificazione. Per farlo bisogna attivare una riconversione del nostro Paese attraverso uno sforzo finanziario utile e necessario non solo a garantire infrastrutture adeguate al tessuto economico e con esso allo sviluppo ma, conseguentemente, per creare occupazione, per formare nuove specializzazioni, per creare reti e nuovi posizionamenti competitivi. Che significa non disperdere pezzi importanti della nostra cultura imprenditoriale.
Sicuramente l’immobiliare del futuro non sarà costruire ex novo. Su questo crediamo che non vi siano dubbi o riserve, ma per una reale riconversione in chiave sostenibile le amministrazioni e il sistema bancario devono lavorare al fianco delle imprese come reali partner del cambiamento, che significa facilitarle in quelle azioni che non fanno parte dei loro doveri d’impresa ma rientrano tra i loro diritti. Parliamo di una fiscalizzazione premiante per chi crea buon lavoro, per chi innova e fa crescere le proprie Comunità, di migliore accesso al credito, di semplificazione e coerenza per promuovere la legalità. Riqualificare deve essere più semplice che costruire e ad esso si aggiunge la rigenerazione urbana nel senso più ampio e qualificante del termine. La politica, in tal senso, ha la responsabilità di creare un sistema di regole che si integrino con le diverse esigenze che il territorio e il mercato esprimono. In questo, il processo di accentramento delle responsabilità a livello regionale deve puntare alla razionalizzazione e omogeneizzazione normativa e non, invece, alla riduzione del livello di concertazione sui singoli territori e all'annullamento delle specificità e delle diversità, vero valore aggiunto della nostra economia. Deve vigilare sul fatto che gli strumenti di pianificazione urbanistica comportino il minor consumo del territorio e, alla tutela dell’ambiente, coniughino lo sviluppo responsabile della Comunità senza invece, in maniera spesso propagandistica, sottendere a ciò rischiando di isolarci dalle opportunità concrete di sviluppo di cui la Romagna assolutamente necessita. Pensiamo alla logistica integrata. A livello infrastrutturale non possiamo più essere attendisti a partire dal tracciato della E55 per il trasporto su gomma, alle vie di collegamento (es. Via Emilia Bis), alla metropolitana di superficie o al potenziamento dei collegamenti ferroviari più deboli da Bologna per la costa, così come all’approfondimento dei fondali del porto per il traffico marittimo delle merci. Della migliore gestione e razionalizzazione delle piattaforme logistiche, su cui tante risorse si sono impiegate. Per anni abbiamo discusso di come integrare gli scali aeroportuali finendo con il chiuderli. La nostra incapacità di muoverci come sistema unitario rischia di compromettere la nostra visione razionale per il futuro facendoci perdere tempo, opportunità e lasciando ad altri le decisioni da prendere. Nelle infrastrutture immateriali, quali le reti tecnologiche a sostegno dello sviluppo di impresa, non possiamo più pensare di lasciare territori sguarniti che significa tagliarli fuori da ogni processo di rilancio.

Per Costruire bisogna essere coerenti ai bisogni che il rilancio richiede in termini di modernità, innovazione ed efficienza. In Romagna la percentuale delle imprese che innovano, rispetto alla media regionale, è decisamente ridotta. L’innovazione per noi passa prima di tutto dalla qualificazione delle risorse umane. In Romagna nel 2013 l’assunzione di giovani laureati è stata del 12% rispetto al 22% regionale. Senza l’apporto di conoscenza non esiste innovazione e progresso.

Per costruire bisogna rimettere al centro la RICERCA, la FORMAZIONE, la SPECIALIZZAZIONE tecnica e scientifica. Bisogna rimettere al centro la CULTURA. L’unica vera strategia di sviluppo duraturo e quindi sostenibile. Bisogna liberare risorse economiche e ridurre i ritardi di opportunità che la Romagna oggi sconta mettendo in rete e razionalizzando l’apporto strategico dei centri di ricerca, di servizio, dei distretti e dei tecnopoli. Ossia tra quelle realtà che per prime, insieme alle istituzioni, devono essere esempio di ottimizzazione gestionale dell’offerta a favore della riqualificazione economica e sociale del territorio. Un territorio oggi fortunato ad avere l’Università, l’opportunità culturale da sostenere. Un territorio che alla fuga dei cervelli che s’impegna a formare, spendendo risorse economiche e trasmettendo conoscenza, deve anteporre il suo essere “occasione imperdibile” per rimanere e attrarre competenze.

Per costruire in maniera innovativa i servizi offerti devono essere in linea ai tempi e alle specializzazioni che la globalizzazione richiede per non rimanere il lumicino di coda dell’Europa nella frustrazione delle enormi potenzialità che esprimiamo senza la capacità di valorizzarle come meriterebbero.
A tal fine, vanno sostenute e premiate le imprese che lavorano bene, su questo va creato un albo che le differenzi in opportunità da acquisire in termini di fiscalità, finanziamenti e semplificazione autorizzativa. Va concesso credito d’imposta per chi investe, qualifica, non delocalizza e punta alla buona occupazione. Anche gli strumenti di sostegno dovrebbero tener conto di tali indicatori (es, i Confidi).
In questo l’Ente Pubblico ha gli stessi doveri di qualificazione. Lo sviluppo a due velocità rimane senza rincorsa. Per costruire diventa determinante:

  • abbattere il numero di adempimenti troppo spesso sproporzionati rispetto alla tutela degli interessi pubblici e ai tempi delle imprese.
  • Semplificare la pluralità degli interlocutori e differenziare le disposizioni pro capite sulla base della dimensione, del settore e della qualificazione dell’impresa. In Italia le micro imprese sono oltre 4 milioni.
  • Velocizzare le risposte puntando a modelli di autocertificazione e costruendo migliori percorsi di controllo. Per complessità e lentezza delle concessioni siamo al penultimo posto dopo la Grecia.
  • Semplificare la normativa degli appalti e delle procedure di gara per favorire gli investimenti in infrastrutture e ridurre l’ormai consueto ricorso al TAR tra la PA e i privati che dilata ulteriormente i tempi di azione. Il Codice degli Appalti è stato modificato 44 volte in 7 anni di vita.
  • Valorizzare le imprese legate al territorio e superare, negli appalti pubblici, la pratica del massimo ribasso reale o troppo spesso celato nella proposta economicamente più vantaggiosa, in quanto percorso di incoerenza al progresso e, nel medio periodo, maggiormente onerosa, in quanto non rispondente agli standard di efficienza e qualità. Gli stessi che in questi anni sono stati richiesti come carico d'investimento alle imprese e ai lavoratori e che ora paradossalmente finiscono col penalizzarle. Non è possibile pensare che regga a oltranza un sistema basato su ribassi inconcepibili. Riduzioni dei budget che comportano incertezza nella corretta realizzazione dell’opera, nei criteri di sicurezza e nell’applicazione dei contratti. Il sistema degli appalti al massimo ribasso rischia inoltre di diventare un problema di legalità legata alla necessità estrema delle imprese di procurarsi lavoro attraverso sconti insostenibili, davanti ai quali viene da chiedersi come sia possibile riuscire ad operare.
  • Dare seguito alla nuova normativa europea sugli appalti, recependo il principio dell’offerta economicamente più vantaggiosa (e non celatamente al ribasso) come strada scelta al posto del massimo ribasso,  salvaguardare le clausole sociali negli appalti e utilizzare la negoziazione diretta in tutti i casi previsti dalla legge, per tutelare l’impresa locale e i lavoratori del territorio.
  • Formalizzare un nuovo patto tra enti pubblici e imprese, poiché un mercato drogato non può sostenere l’uscita dalla crisi e, come premesso, individuare le modalità di salvaguardia delle imprese virtuose, con l’introduzione di tutti quei criteri e indicatori che garantiscano la regolarità di esecuzione al giusto prezzo.
  • Promuovere in maniera continuativa la sicurezza sui luoghi di lavoro, quella reale, cercando di eliminare la sicurezza fatta di carta e di complicazioni burocratiche. Portare avanti una visione sinergica in cui, controllati e controllori individuano protocolli comuni il cui obiettivo è la salvaguardia delle persone, non la sanzione.
  • Il processo di semplificazione generale avviato con la riforma del testo unico sulla sicurezza è un primo passo importante in questa direzione. E' però necessario progredire limitando il numero di regole, rendendole più chiare al fine di facilitarne l'applicazione e il controllo. Risulta difficile operare in un contesto dove l'interpretazione che i diversi enti di controllo danno alle norme diventa spesso prioritario sulla norma stessa.
  • Impostare nuove relazioni sindacali che abbiano nella Romagna l’orizzonte di riferimento per molti dei contratti integrativi di secondo livello, superando in tal modo frammentarietà provinciali che non hanno più ragione di essere.
  • Applicare tutti i possibili strumenti di esclusione dal mercato per le imprese, di qualsiasi tipologia e dimensione, che non applicano forme contrattuali riconosciute e certe, normative di sicurezza sul lavoro e azioni legali di competitività. Che per noi significa lotta alla cooperazione spuria. Qui si manifesta il reale peso che si vuole attribuire allo sviluppo responsabile, che non può prescindere dal tutelare e promuovere le buone imprese e il buon lavoro che ne connotano l’identità garantendo una concreta qualificazione urbana e strutturale del territorio.

Per costruire bisogna integrare lo sviluppo economico con la COESIONE sociale mettendo la prima a disposizione dell’emancipazione della seconda. Dei suoi bisogni e delle sue rinnovate esigenze senza trascurare quelle delle future generazioni. Creare una filiera del welfare integrato significa anche occuparsi del come vogliamo siano costruite le nostre città, del come riattivare una concreta riqualificazione dell’economia e del come si produce occupazione equa; ossia gli elementi cardine di benessere. In questo, la nostra esperienza nel welfare si sostanzia nella presenza cooperativa riconosciuta, chiara e costruttiva nei quartieri, nei paesi e nelle città della nostra Romagna che ne diventa il valore aggiunto. Capillarità che dovrebbe essere gestita con Piani Sociali di Zona in rete, in un “benchmarking” dinamico e assimilabile a un’unica dimensione culturale e territoriale romagnola in cui le specificità diventano la coesa contaminazione positiva di progresso. Come l’ASL unica sta cercando di mettere a punto. In proposito nuove opportunità devono aprirsi per favorire la presenza della cooperazione nell’integrazione tra la dimensione sociale a quella sanitaria. In questo senso siamo certi di trovare, proprio nella Asl unica di Romagna, un interlocutore sensibile e attento. Auspichiamo infatti che, risolta la prima fase di assestamento riorganizzativo e di governance, si proceda con la realizzazione di una azienda unica che sappia razionalizzare i costi, ottimizzare le eventuali inefficienze per puntare a una sempre più alta qualificazione dei servizi offerti per i cittadini. In questo la cooperazione sociale è disponibile a realizzare compiutamente una sussidiarietà avanzata anche candidandosi a un ruolo diretto nelle esperienze degli “ospedali di comunità” o di nuove azioni domiciliari. Anche in questo caso è tempo di un rinnovato patto tra pubblico e privato sociale promuovendo una visione di Enti locali “attivatori” dei servizi e progressivamente meno coinvolti nella gestione degli stessi.
Allo stesso modo va valorizzata e riconosciuta, all’interno del più ampio mondo del cosiddetto terzo settore, la specificità propria della cooperazione sociale, che ha una valenza imprenditoriale certa, un contratto di lavoro, professionalità costantemente formate. Volontariato e associazionismo sono una ricchezza che qualifica la Romagna come esperienza unica, interlocutori di insostituibile valore con i quali esistono rapporti di complementarietà, integrazione e sostegno seppure in una distinzione di ruolo imprescindibile di competenza e per funzione sociale.

Per costruire bisogna avere i fondi e, ancor di più, avere la capacità di gestirli al meglio. Come evidenziato nell’Assemblea Regionale dell’Alleanza delle Cooperative Italiane (ACI), per quanto riguarda l’utilizzo dei Fondi Strutturali, occorre che il Governo sciolga una serie di nodi che riguardano, in particolare la relazione con la Regione. Lo Stato ha, infatti, avocato a sé la gestione di un’importante fetta di risorse dei Fondi Strutturali attraverso i PON (Programmi Operativi Nazionali), in ambiti corrispondenti a titoli precisi: occupazione, inclusone, istruzione, governance, città metropolitane, giovani. Nella nuova configurazione, l’attività di gestione dei Fondi Strutturali dovrebbe essere supportata a livello centrale da nuove agenzie (per la coesione territoriale). Strategia di centralizzazione criticata, però, dalla nostra Regione, prima in Italia per capacità di spesa dei fondi FESR e FSE. Il timore è che lo Stato non presenti la stessa capacità di gestione. L’auspicio è che prevalga il punto di vista premiale per quelle Regioni che più si sono distinte nella capacità di sviluppare programmi e investire risorse, superando così, l’attuale situazione che renderebbe più difficoltoso mettere a sistema i Fondi disponibili e programmare politiche coerenti di sviluppo, senza ritardi e nei tempi adeguati.
Occorre, quindi, smobilizzare velocemente queste risorse per dare ossigeno alle imprese. A livello regionale bisogna perseguire nell’integrazione dei Fondi esistenti (FESR, FSE, PSR) con gli altri strumenti di sviluppo reperibili e con l’utilizzo integrato degli strumenti di finanza a disposizione, compresi quelli della nuova programmazione Comunitaria (es. Fondi BEI).
Il workers buy out, insieme alle cooperative di Comunità e a quelle di professionisti, sono tra i filoni più interessanti a cui si rivolge la promozione cooperativa. In tempo di crisi infatti non di rado si rivolgono alle centrali cooperative lavoratori interessati a rilevare l’azienda trasformandola in cooperativa. In questi casi l’Associazione può svolgere un importante ruolo di accompagnamento, in particolare nella valutazione sulle potenzialità di queste imprese: non vengono caldeggiate le operazioni su aziende che non hanno più mercato e che mettono quindi a rischio non solo l’occupazione, ma anche i risparmi dei lavoratori (che in queste nuove cooperative possono investire le risorse destinate alla propria mobilità).
Per tutte quelle realtà in cui invece esiste ancora un mercato e una possibilità di ripresa, l’Associazione, con i propri strumenti tecnici, può essere una importante risorsa per supportare i lavoratori negli adempimenti necessari e per reperire le finanze di partenza.

IN SINTESI

  • Il mondo delle Costruzioni, dalle opere pubbliche e immobiliari alla difesa ambientale e del suolo, rigenerazione urbana, risparmio energetico: è necessario che le cooperative di costruzione amplino il proprio saper fare dalle opere pubbliche e immobiliari verso la difesa ambientale della costa e del suolo, la rigenerazione urbana e il risparmio energetico.
  • I Consorzi artigiani, soffrono i problemi del mondo delle costruzioni, è quindi necessario individuare le giuste aggregazioni a livello romagnolo, in modo che possano mettere a sistema la forza e le competenze di questo territorio e rispondere alle opportunità di lavoro che si aprono anche nel resto del territorio nazionale.
  • Aggregazione romagnola, degli enti paritetici del settore edile: in ogni provincia sono presenti uno o più enti paritetici del settore edile (Cassa Edile). E’ necessario, anche in questo caso vista la situazione economica, avviare un percorso perché a livello romagnolo si possa giungere a un unico soggetto.
  • Infrastrutture, approfondimento dei fondali del Porto di Ravenna con costruzione di nuove banchine per l’attracco di navi di grandi dimensioni consone ai traffici marittimi odierni. Realizzazione bypass sul Canale Candiano, sia stradale sia ferroviario del terminal container, e della viabilità interprovinciale stradale e ferroviaria; l’intervento è propedeutico alla nascita di un polo logistico e di servizi di dimensione nazionale ed europea.
    La realizzazione del tratto autostradale Cesena-Porto Garibaldi, nell’ambito del progetto di adeguamento di tutta l’E45 Orte-Mestre:
    La realizzazione della “Via Emilia bis” che colleghi le due secanti di Cesena e Forlì.
    Lo sviluppo della piattaforma logistica di Villa Selva e Pievesestina.
    La metropolitana di superficie fra Ravenna e Rimini, riconvertendo il tratto ferroviario mono binario esistente, secondo un progetto già approvato a livello regionale con nuove fermate, parcheggi scambiatori, etc..
  • Difesa e valorizzazione del territorio, della costa dall’ingressione marina da Ravenna a Rimini attraverso un piano di ripascimento e opere appropriate (vedi piano Regione Emilia Romagna). Difesa del territorio in particolare rivolto alla regimazione delle acque nelle aree collinari e alla tutela e funzionalità dei corsi d’acqua per limitare movimenti franosi ed esondazioni; opere di valorizzazione ambientale e turistica in particolare delle aree, retro spiaggia, collinari di pregio, parchi e aste fluviali.

COLTIVARE

Coltivare, per la cooperazione, rappresenta la spinta storica che l’ha trasformata nel luogo in cui le persone si possono emancipare attraverso il lavoro coltivando, in maniera autonoma, la terra da cui siamo nati e facendo germogliare il seme di un modo diverso di essere impresa e società. Coltivare significa l’impegno alla coesione sociale come elemento fondante di sostenibilità e progresso. Coltivare è il tendere di ogni azione capace di traghettarci verso un cambiamento responsabile facendo maturare quella cultura al Noi che dal passato sia spinta per il futuro.

Coltivare è alla base di un settore, quello agroalimentare pilastro della Romagna. Un settore il cui obiettivo strategico è la sua efficienza di filiera, dalla produzione al consumo: valore per i produttori agricoli e i consumatori, qualità, eticità e sostenibilità ambientale. Il tutto, ricercando ogni opportunità di collaborazione e scambio nella convenienza reciproca e nel rispetto delle regole.
La cooperazione agricola ha radici profonde nell’economia della Romagna: le nostre imprese sono oggi competitive sul mercato nazionale e internazionale perché hanno saputo innovarsi profondamente dal punto di vista tecnologico e nel rapporto con i soci. Tuttavia la velocità con cui le dinamiche di mercato mutano impone loro sempre più efficienza e innovazione continua. Aumenta di conseguenza la professionalità richiesta ai soci, la capacità di aggregazione per accrescere nella loro dimensione media poderale, e la capacità di ricambio generazionale. Vero e grave problema della nostra agricoltura. Il tutto per continuare ad assicurare le migliori condizioni possibili ai produttori.
Inoltre, dinamiche di mercato sempre più volatili e l’avanzare del cambiamento climatico impongono l’attivazione di politiche per il potenziamento degli strumenti di gestione del rischio (assicurazioni e fondi mutualistici) e dei servizi finanziari. Occorre continuare a lavorare per rendere più efficiente la rappresentanza, a partire da noi, evitando duplicazioni e potenziando la capacità di fare squadra per tutelare, valorizzare e sviluppare lo straordinario patrimonio di mezzi, ma anche e soprattutto di uomini e donne appassionati e competenti.
Coltivare la nostra vocazione agroalimentare significa legarla, sempre più saldamente, a quei principi di qualità e benessere che rendono la Romagna il fattore a cui riferirsi per qualità del vivere.
Una terra in cui la salute è il centro dell’interesse di una Comunità che ha saputo costruire un sistema sanitario altamente qualificato, con politiche di prevenzione tra le più accreditate in Italia. Una terra in cui i più deboli non sono e non vanno lasciati indietro.
In questo, le cooperative sociali di tipo B non solo svolgono una vera e propria funzione di ammortizzatore sociale ma, soprattutto, coltivano ogni giorno inclusione, rappresentando positive esperienze di integrazione professionale e sociale di soggetti svantaggiati e deboli, nonché imprese di riferimento di molti territori per volumi di attività, per numero di occupati e impatto sociale complessivo. Con il passare del tempo e il mutare del contesto di riferimento si sono sempre più strutturate imprenditorialmente, così da non essere più considerate, ingiustamente, imprese di secondo livello. La cooperazione sociale di inserimento lavorativo non va snaturata piegandola, solo e sempre più, a logiche meramente efficientiste. Non possiamo permetterci di ridurre un’esperienza unica come questa al ruolo di “selezionatore” di diverse tipologie di svantaggio per rispondere a obiettivi di produttività definiti da altri e imposti da una committenza orientata principalmente a mere logiche di mercato. Non possiamo permetterci neppure il ritorno a forme assistenzialistiche di cui le cooperative di inserimento rappresentano il superamento. Auspichiamo un maggiore coraggio nelle scelte, anche politiche, nel riconoscere la cooperazione sociale di tipo B come un’esperienza che ha dimostrato di sapere coniugare, alla valenza imprenditoriale, la funzione di inserimento al lavoro di soggetti svantaggiati. Per questo occorre una sensibilità diffusa e una conoscenza ampia di questa realtà, anche e soprattutto, da parte degli Enti Pubblici, delle società partecipate e del mondo del privato. Esistono possibilità di collaborazione e rapporti di servizio che possono e devono essere ampliati, a beneficio della Romagna.
Non possiamo, tanto più in questo ambito, continuare a tollerare gare al massimo ribasso. Come già sottolineato, dobbiamo costruire e coltivare una cultura della responsabilità che prediliga le clausole sociali nei bandi di gara, la valorizzazione dei progetti di inserimento al lavoro delle fasce più deboli, senza dimenticare anche gli affidamenti diretti come da Legge 381/91.
Anche in questo senso sono assolutamente anacronistiche certe spinte alla re-internalizzazione dei servizi, che non sono garanzia di maggiore efficienza né di contenimento dei costi e soprattutto non danno risposte a bisogni di natura sociale, ma al contrario contribuiscono ad alimentare e non risolvere problemi e tensioni pubbliche, facendoci arretrare di vent’anni.
Sarebbe auspicabile una maggiore uniformità degli strumenti normativi tra territori: i protocolli di valorizzazione della cooperazione sociale di tipo B saranno tanto più efficaci quanto più non si configurino solo come buoni intenti sulla carta, ma se sapranno diventare pratiche messe in atto e condivise tra attori istituzionali diversi. In questo, il ruolo che i Comuni capoluogo possono avere, rispetto alle istituzioni distrettuali e alle partecipate, sarà strategico, per superare la frammentarietà e creare le migliori condizioni di promozione della cooperazione sociale di tipo B.

Per Coltivare la bellezza di cui siamo portatori dobbiamo prima di tutto coltivare civiltà. che non può prescindere dall’essere inclusivi ed equi come sinonimo di giustizia sociale.
Coltivare bellezza significa dare al nostro Fattore R l’importanza che merita e di cui spesso sembra non ci accorgiamo mettendo al centro dell’agenda politica dei nuovi amministratori la valorizzazione di quei settori che, più di altri, ci identificano. Parliamo dell’ambito della salute, del benessere, dell’alimentazione sana, dell’ambiente, della cultura e dell’innovazione, della tradizione e dello sviluppo turistico integrato. In questo, proprio il turismo diventa la risultante di un impegno pubblico e privato che riguarda diversi aspetti della vita civile. Non c’è turismo senza un adeguato sistema sanitario, senza la necessaria sicurezza, senza decoro e pulizia, senza una rete efficiente di trasporto. Non c’è turismo senza lo splendore dei paesaggi e della cultura di cui siamo privilegiati possessori e che dobbiamo coltivare al meglio.
Intorno al Turismo, in Romagna, si muove una parte considerevole dell'economia. Servizi, forniture e lavoro che vengono prodotti grazie alla capacità che ha il nostro territorio di attrarre ogni anno milioni di presenze. La crisi in tale ambito ha tardato di più a manifestarsi ma, almeno dalla passata stagione, gli effetti sono visibili e preoccupati, specie sulla domanda interna. Continua a essere insoddisfacente il rapporto tra arrivi nazionali ed esteri e i tempi di permanenza tendono ad accorciarsi sempre di più. La chiusura degli scali aeroportuali romagnoli aggrava la situazione e la concorrenza internazionale è sempre più aggressiva.
Le soluzioni di breve periodo riguardano l’approccio al mercato e ai nuovi mercati possibili. La ricerca di un posizionamento nuovo per il rilancio passa attraverso progetti capaci di incidere sulla struttura stessa del nostro prodotto e sulla attualizzazione delle competenze degli operatori dell’accoglienza. I cicli di sviluppo che hanno caratterizzato il turismo duravano circa una ventina di anni. Ora non più. La velocità dei cambiamenti nel settore costringe le destinazioni turistiche a un costante ripensamento del proprio modello. Nella nostra regione si è sperimentata con successo una logica di collaborazione tra pubblico e privato; tra promozione e commercializzazione turistica secondo una visione che considera un prodotto turistico come tale solo quando questo è effettivamente commercializzato e distribuito sul mercato. Le politiche regionali non hanno, quindi, valorizzato il privato indistintamente, distribuendo risorse a pioggia, ma solo quello che è stato capace di aggregarsi in club di prodotto. Questi due elementi devono continuare a svilupparsi attualizzandosi in forme più moderne, tecnologiche e orientate al mercato. La riforma della L.R. 7/98 e l'applicazione della logica dei Distretti Turistici sono temi urgenti dell'agenda politica regionale, così come lo deve essere un progetto di riqualificazione dell'offerta che faccia leva sulla qualità urbana, del sistema ricettivo e dei sistemi di trasporto, sulla sostenibilità, sulla valorizzazione dei prodotti di nicchia e dell’offerta culturale, la modernizzazione dell'offerta balneare classica.
Il Turismo è un vero e proprio comparto industriale della nostra economia, probabilmente quello di maggiore prospettiva, e sono necessarie politiche che stimolino e sostengano il settore accompagnandone la crescita. I Fondi strutturali UE, di cui abbiamo precedentemente parlato, che passano attraverso la gestione (e la visione) regionale possono essere un volano importante per la riqualificazione dell’offerta e per un aggiornamento competitivo. Lo sforzo di cambiamento, necessario a garantire nuova competitività, riguarda anche il comparto delle spiagge; la nostra miniera di sabbia che garantisce milioni di presenze ogni anno. Questo sforzo deve essere compiuto salvaguardando un modello del tutto peculiare e apprezzato dagli ospiti, come numerosi studi dimostrano.
L'applicazione della Direttiva Bolkenstein al settore balneazione rischia di disperdere il know-how dell'ospitalità per sostituirlo con un’organizzazione che poco avrà a che fare con l’identità della nostra terra e della nostra gente.  Noi siamo dalla parte delle cooperative di balneazione che tengono unito un sistema complesso e vincente, nello sforzo di garantire la massima qualità e l’aggiornamento costante dei servizi resi sulla spiaggia, che è il luogo dove la vacanza si consuma di più.
Inoltre, senza la protezione della costa e il finanziamento di progetti di ripascimento e controllo dell’erosione rischiamo di perdere la nostra capacità attrattiva. Non deve calare la tensione al riguardo e bisogna riuscire ad affrontare le specificità dell’azione erosiva in ogni destinazione adottando contromisure mirate.

Turismo e cultura sono elementi inscindibili che qualificano il nostro fattore R.
In nessuna parte d’Italia come in Romagna, cultura fa rima con cooperazione. Questa peculiarità è parte integrante del dossier Ravenna 2019, la candidatura della città a capitale europea della cultura che coinvolge, in realtà, tutta la Romagna ed è la straordinaria occasione per portarla in Europa. Non può esserci sviluppo senza cultura e non può esserci cultura senza uno sviluppo responsabile che comprende il nostro volere essere parte del progresso in maniera emancipata e onesta. Crediamo che il tempo dei tagli lineari, che hanno fortemente coinvolto il settore culturale, debba ritenersi esaurito, dando invece spazio a una visione in cui, a sostegno di una nuova e necessaria fase di crescita economica, si punti fortemente ad investire in maniera strutturata su questo ambito. L’occupazione delle nuove generazioni non può che passare anche da un sostegno alle industrie culturali e creative e in Romagna, contando sulla forte concentrazione di popolazione, imprese e flussi turistici, esistono tutte le condizioni per poter ampliare e rafforzare tale distretto. E’ scientificamente provato che sostenere finanziariamente la cultura genera una moltiplicazione, mediamente di 1 a 5, delle risorse investite grazie all’indotto generato. Per questo nei prossimi anni, sia che Ravenna diventi o meno Capitale Europea della Cultura, sarà necessario dar vita a sempre più solide collaborazioni tra imprese, istituzioni pubbliche e soggetti privati, con l’obiettivo di fare della cultura uno degli assi strategici delle politiche di sviluppo della nostra Comunità.

Per Legacoop Romagna coltivare Legalità è l’assunto imprescindibile a tutto il resto fino ad ora espresso. La cooperazione ha come suo principio fondante quello della legalità nei contratti, nella sicurezza sul lavoro e nella gestione d’impresa, difende questo valore che sta alla base del suo definirsi cooperativa. Che sta alla base di ogni sviluppo duraturo. L’esperienza di Libera è prima di tutto un atto di coerenza al futuro che desideriamo lasciare alle nostre figlie e ai nostri figli.

Le imprese cooperative si manifestano con la qualità dei lavori che svolgono, la trasparenza, l’onestà e la correttezza dei comportamenti. (Carta dei Valori Guida della Cooperazione)